Prendendo spunto da :
https://scenarieconomici.it/la-fine-del-petrodollaro-da-settembre-prossimo-partito-il-future-sul-petrolio-trattato-in-yuan-le-conseguenze-per-leuropa/
Il
16 gennaio 2016, in relazione all’ accordo di Vienna dell’ AIEAS con l’Iran e
altre parti sull’ arricchimento nucleare del luglio 2015, SWIFT annunciava che
riammetteva le banche iraniane, compresa la Banca nazionale, nel sistema dei
pagamenti. L’UE dichiarava che alle imprese europee, tra cui le compagnie
petrolifere, non era più proibito fare affari con l’Iran. L’amministrazione
Obama, tuttavia, non era così generosa. Il Tesoro degli Stati Uniti dichiarava
che “l’embargo degli Stati Uniti in generale resterà in vigore anche dopo
l’attuazione, per preoccupazioni esterne al programma nucleare iraniano”. La
Casa Bianca dichiarava che “le sanzioni degli Stati Uniti all’ Iran per sostegno
al terrorismo, violazioni dei diritti umani e attività missilistiche rimarranno
in vigore e continueranno ad essere applicate”. Ora Teheran reagiva ad anni di
guerra economica degli Stati Uniti invece di abbracciare la nazione che gli ha
condotto una continua guerra dal 1979, come il Vietnam ha fatto abbracciando
l’economia liberista degli USA, la leadership iraniana ha risposto con una
chiara decisione sul tiramolla tra dare agli Stati Uniti una scusa per imporre nuovamente
le sanzioni SWIFT e altre, e seguire i propri interessi nazionali. Tali
interessi sono l’importante passo della de-dollarizzazione.
Non
c’è dubbio che alcuni duri di Washington e loro alleati in Arabia Saudita e Tel
Aviv la chiamino ingratitudine. Io la chiamo autonomia nel perseguire
l’interesse nazionale sovrano dell’Iran.
Ora, in segno di gratitudine per la fine di 37 anni di sanzioni economiche degli USA, il 5 febbraio, secondo un rapporto dell’iraniana PressTV, un funzionario della National Iranian Oil Company annunciava che l’Iran accettava pagamenti solo in euro e non dollari per il proprio petrolio. Il funzionario aggiungeva che tale regola sarà applicata agli accordi recentemente firmati con il gigante energetico francese Total, la spagnola Cepsa e la russa Lukoil.
Ora, in segno di gratitudine per la fine di 37 anni di sanzioni economiche degli USA, il 5 febbraio, secondo un rapporto dell’iraniana PressTV, un funzionario della National Iranian Oil Company annunciava che l’Iran accettava pagamenti solo in euro e non dollari per il proprio petrolio. Il funzionario aggiungeva che tale regola sarà applicata agli accordi recentemente firmati con il gigante energetico francese Total, la spagnola Cepsa e la russa Lukoil.
Il
funzionario del NIOC ha dichiarato, “Nei nostri accordi citiamo la clausola che gli
acquirenti del nostro petrolio debbano pagare in euro, considerando il tasso di
cambio nei confronti del dollaro al momento della consegna“. Inoltre NIOC
ha chiarito che India e altri grandi acquirenti di petrolio iraniano, al
momento del blocco SWIFT, dovranno pagare i debiti miliardari in euro e non
dollari. Il funzionario della NIOC ha chiarito che la Banca centrale dell’Iran
(CBI) ha deciso di svolgere il commercio estero in euro quando il Paese era
ancora sotto sanzioni. Perché questo è un grosso problema, ci si può chiedere?
Di per sé non lo è.
Ma
assieme a mosse simili di altre nazioni dell’Eurasia, in particolare Russia e
Cina, per svolgere il commercio energetico bilaterale secondo le valute
nazionali, rubli e renminbi, così come la recente decisione della Russia di
iniziare il trading dei futures sul petrolio greggio russo al St.
Petersburg Mercantile Exchangein rubli e non dollari, e di creare un nuovo
prezzo di riferimento con il petrolio degli Urali in rubli, sostituendo il
Brent in dollari USA sul cambio ICE di Londra, la mossa iraniana comincia a
causare gravi danni a ciò che Henry Kissinger, ai tempi del primo shock dei
prezzi del petrolio del 1973-74, denominò “petrodollari”.Cosa sono i
petrodollari, quindi?
La
politica del petrolio anglo-americana, l’idea dei “petrodollari” risale allo
shock petrolifero del 1973. Quell’anno un’oscura rete atlantista di piuttosto
influenti banchieri, multinazionali del petrolio e funzionari dei governi di
Stati Uniti ed europei, circa 84 individui selezionati, s’incontrò in gran
segreto per due giorni di sessioni al Saltsjoebaden Grand Hotel, di proprietà
della ricca famiglia svedese dei Wallenberg. Lì, nel maggio 1973, la riunione
del Bilderberg discusse del petrolio. Il vertici bancari e i baroni del
petrolio anglo-statunitensi, tra cui David Rockefeller della Chase
Manhattan Bank; barone Edmond de Rothschild dalla Francia; Robert O.
Anderson della compagnia petrolifera ARCO; Lord Greenhill, presidente della British
Petroleum; René de Granier Lilliac presidente della Compagnie
Française des Pétroles, oggi TOTAL; Sir Eric Roll della SG Warburg,
creatore deglieurobond;
George Ball di Lehman
Brothers; l’industriale tedesco e amico dei Rockefeller Otto Wolff von
Amerongen e Birgit Breuel, poi capo della Treuhand tedesca, che spogliò il
patrimonio dell’ex-Germania democratica, erano presenti. Così pure
l’industriale italiano e stretto collaboratore dei Rockefeller, Gianni Agnelli
della FIAT. L’incontro a porte chiuse, su cui fu vietato una qualsiasi
copertura della stampa, discusse dell’imminente aumento del 400% del prezzo del
petrolio dell’OPEC. Piuttosto che discutere di come tale shock sulla crescita
economica mondiale potesse essere evitato con un’attenta diplomazia con Arabia
Saudita, Iran e gli altri Stati arabi dell’OPEC, l’incontro si concentrò su
cosa ne avrebbero fatto dei soldi! Discussero come “riciclare” l’aumento di
quattro volte del prezzo della merce più importante del mondo, il petrolio. I
verbali ufficiali e confidenziali della riunione Bilderberg a Saltsjoebaden
discussero del pericolo che a seguito dell’enorme aumento dei prezzi del
petrolio OPEC, “l’inadeguato
controllo delle risorse finanziarie dei Paesi produttori di petrolio possa
disorganizzare completamente e minare il sistema monetario mondiale“. I
verbali parlavano di “enormi
aumenti delle importazioni dal Medio Oriente. Il costo di queste importazioni
aumenterebbe enormemente“. I dati forniti nel corso della discussione a
Saltsjoebaden dal consulente petrolifero degli Stati Uniti e relatore Walter
Levy, mostravano un aumento dei prezzi del petrolio OPEC previsto a circa il
400 per cento. Questa fu la vera origine di ciò che Kissinger in seguito chiamò
il problema del “riciclaggio dei petrodollari”, l’enorme aumento dei dollari
dalle vendite di petrolio. La politica di Stati Uniti e Regno Unito, o meglio
la politica di Wall Street e City di Londra, era assicurasi che i Paesi dell’OPEC
investissero le loro ricchezze petrolifere principalmente nelle banche
anglo-statunitensi.
Guerra
del Kippur dell’ottobre 1973 tra Israele e una coalizione di Stati arabi
guidati da Egitto e Siria, prevedibilmente spinse il re saudita Faysal a
minacciare l’embargo petrolifero dell’OPEC contro Europa e Stati Uniti per la
fornitura ad Israele di armi prima della guerra. Kissinger e Wall Street ci
contavano. Allo scoppio della guerra, a metà ottobre 1973, il governo tedesco
del cancelliere Willy Brandt disse all’ambasciatore degli USA a Bonn che la
Germania era neutrale nel conflitto in Medio Oriente, e quindi non avrebbe
permesso agli Stati Uniti di rifornire Israele dalle basi in Germania. Nixon,
il 30 ottobre 1973 inviò al cancelliere Brandt una nota di protesta nettamente
formulata, probabilmente redatta da Kissinger: “Ci rendiamo conto che gli europei dipendano dal
petrolio arabo più di noi, ma non siamo d’accordo che la vulnerabilità
diminuisca dissociandovi da noi su una questione di tale importanza… Si noti
che questa crisi non è responsabilità dell’Alleanza, e le forniture militari ad
Israele sono per scopi che non rientrano nelle responsabilità dell’alleanza.
Non credo che possiamo tracciare una linea così netta…” Washington non avrebbe
permesso alla Germania di dichiarare la neutralità nel conflitto in Medio
Oriente. Ma, in modo significativo, alla Gran Bretagna fu permesso d’indicare
chiaramente la sua neutralità, evitando così l’impatto dell’embargo petrolifero
arabo.
Il
Ministro del Petrolio di Faysal, Yamani racconta che re Faysal l’aveva mandato
a Teheran per chiedere a Shah Reza Pahlavi perchè l’Iran insisteva su un
notevole aumento del prezzo permanente dell’OPEC pari al 400% rispetto ai
prezzi di prima della guerra. Lo Shah gli disse: “Mio caro ministro, se il re vuole la risposta a
questa domanda, ditegli che dovrebbe andare a Washington e chiedere a Henry
Kissinger“.
E
qui il punto nodale che ha segnato gli anni a venire eil futuro del Dollaro. L’8
giugno 1974, il segretario di Stato statunitense Henry Kissinger firmò l’accordo
che istituiva una Commissione congiunta USA-Arabia saudita sulla cooperazione
economica, il cui mandato ufficiale incluse “la cooperazione nella finanza”.
Nel dicembre 1974, nella segretezza assoluta, l’assistente del segretario del
Tesoro degli Stati Uniti, Jack F. Bennett, poi divenuto CEO di Exxon, firmò un
accordo a Riyadh con la Saudi Arabian Monetary Agency (SAMA, la banca centrale
saudita). La missione della SAMA era “stabilire un nuovo rapporto con la Federal
Reserve Bank di New York con l’operazione di prestito del Tesoro USA. In base a
tale disposizione, SAMA acquisterà nuovi titoli del Tesoro con scadenza di
almeno un anno“, spiegò Bennett nel febbraio 1975, appunto al segretario di
Stato Kissinger.
Il
governo di Washington era ora libero di avere deficit quasi illimitati, sapendo
che i petrodollari sauditi avrebbero comprato il debito degli Stati Uniti.
Washington in cambio promise ai principi sauditi la vendita di armi degli Stati
Uniti, vincendo su entrambi i lati.
Non meno sorprendente di questo “accordo” USA-sauditi fu la decisione politica esclusiva degli Stati petroliferi dell’OPEC, nel 1975, guidati dall’Arabia Saudita, di accettare solo dollari statunitensi per il loro petrolio, e non marchi tedeschi, nonostante il loro chiaro valore, non gli yen giapponesi, i franchi francesi o svizzeri, ma solo dollari statunitensi.
Non meno sorprendente di questo “accordo” USA-sauditi fu la decisione politica esclusiva degli Stati petroliferi dell’OPEC, nel 1975, guidati dall’Arabia Saudita, di accettare solo dollari statunitensi per il loro petrolio, e non marchi tedeschi, nonostante il loro chiaro valore, non gli yen giapponesi, i franchi francesi o svizzeri, ma solo dollari statunitensi.
Questa
è la vera origine di ciò che si chiama petrodollari. Il petrolio, dopo
l’accordo USA-Riyadh del 1975, doveva essere venduto dai produttori dell’OPEC
solo in dollari USA. Il risultato fu la drammatica rinascita del dollaro che
affondava, un profitto eccezionale per le major petrolifere di Rockefeller e
Regno Unito, allora conosciute come le Sette Sorelle, il boom delle banche di
Wall Street e City di Londra, gli eurodollari “riciclati” nei petrodollari e la
peggiore recessione economica del mondo e degli USA dagli anni ’30. Per i
banchieri di Londra e Wall Street l’economia era mera esteriorità.
L’accordo
petrolio-dollari tra Stati Uniti e Arabia Saudita, che tiene tutt’oggi, fu
ignorato da Sadam Husayn che, in occasione di Oil-for-food delle Nazioni Unite,
vendette il petrolio iracheno in euro depositati presso la banca francese BNP
Paribas. La pratica irachena del “petroeuro” finì bruscamente nel marzo 2003
con l’invasione statunitense dell’Iraq. Da quel momento alcun Paese dell’OPEC
ha venduto petrolio in qualsiasi altra valuta. Ora, l’Iran rompe i ranghi,
infliggendo un altro duro colpo all’egemonia del dollaro USA al sistema del
dollaro quale valuta di riserva mondiale dominante. Dopo tutto non c’è alcuna
legge internazionale che imponga ai Paesi di comprare e vendere petrolio solo
in dollari, no? La fine di ciò che è diventata la tirannia del sistema del
dollaro si avvicina con la decisione dell’Iran di vendere petrolio solo in
euro, ora. e yuan domani ,ma della fornitura alla Cina in yuan ancora non si ha
notizia nonostante i contratti firmati. Gli USA accetteranno tutto questo !? E’
questo un mondo veramente affascinante anche se le temperature sono in
aumento.-:) E’ il climatechange bellezza !!
